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La Storia del Partito Repubblicano Italiano

L'espressione della democrazia

Delle tre correnti politico-culturali che hanno caratterizzato l'evoluzione dell'Europa e del mondo occidentale nel XIX e nel XX secolo: il pensiero liberale, quello democratico e quello socialista, il Partito repubblicano durante tutta la sua storia si è sempre sforzato di rappresentare l'espressione della democrazia nel suo significato più pieno. Mentre i gruppi conservatori aderirono tardivamente, senza alcun entusiasmo, al moto per l'indipendenza e l'unità dell'italla, e per di più lo fecero nella speranza di poter annullare quanto in esso vi era di progressivo sul terreno economico e politico, gli uomini della democrazia repubblicana guardarono alla soluzione dei problema nazionale come alla condizione essenziale perché il Paese potesse liberarsi da uno stato di torpore e di indifferenza che stava spegnendo le sue energie, lo allontanava dall'Europa e dai fermenti di progresso diffusi in tutto il continente, ed in particolare in Francia e in Inghilterra. Questa esigenza comune non impedì che all'interno della democrazia risorgimentale si registrassero divergenze talvolta sensibili sulle strategie e sulle prospettive stesse della lotta per l'unità nazionale. La concezione unitaria di Giuseppe Mazzini si scontrò spesso con il federalismo di Carlo Cattaneo, mentre Carlo Pisacane indicò soluzioni originali che si richiamavano più di quanto non fosse nel pensiero di Mazzini e Cattaneo ai princìpi della democrazia diretta. Al di là di queste differenze (che d'altra parte erano la necessaria conseguenza dell'impegno, tormentato e al tempo stesso spregiudicato, con cui la democrazia italiana ricercava le sue strade), l'unità del movimento si ricomponeva non soltanto sul terreno dell'azione, ma soprattutto al più alto livello ideale del rifiuto dello storicismo intransigente che doveva caratterizzare tutto - o quasi tutto - il pensiero sociale dei XIX secolo, non escluso quello marxiano. Mazzini e Cattaneo non negarono l'esistenza dei conflitti sociali, riconobbero anzi che questi conflitti avevano influenzato il corso della storia, ma respinsero con decisione l'idea che dalla loro esistenza potessero ricavarsi leggi rigide che avrebbero vincolato in modo meccanico ed esclusivo il futuro dell'umanità, senza tener conto dei caratteri distintivi di ciascun popolo. Mazzini e Cattaneo rifiutavano anche le conseguenze che il socialismo faceva discendere dalle costanti della lotta di classe: la dittatura dei proletariato; e sostenevano che le istituzioni democratiche non potevano esse stesse diventare strumento di oppressione di un gruppo sull'altro, ma dovevano essere costruite in funzione della necessità di "incivilire" la lotta politica, garantire, cioè, il libero confronto tra i diversi interessi rappresentati all'interno della società. Partendo da queste premesse, si deve riconoscere che l'associazionismo mazziniano esprime una linea di pensiero che non sempre è stata divulgata felicemente con la pura e semplice ripetizione della formula del "capitale e lavoro nelle stesse mani". Nella mente di Mazzini questa formula non aveva nulla di assoluto, ma si legava ad una concezione che non esclude né la libera iniziativa, né la partecipazione dello Stato a quelle attività non gestite dai privati, e nello stesso tempo riaffermava un'esigenza di democrazia anche all'interno delle strutture economiche. L'associazionismo mazziniano, al di là delle formule, esprime la convinzione che la costruzione della democrazia e lo sviluppo dell'economia sono strettamente legati tra di loro e richiedono uno sforzo solidale di tutte le classi sociali che abbia di mira, nello stesso tempo, una più equa distribuzione della ricchezza e lo sviluppo della produzione. Ma qual era, in conclusione, il tipo di Stato proposto dalla democrazia repubblicana? " La Repubblica - afferma Mazzini rivolgendosi all'Assemblea Costituente della Repubblica romana del 1849 - è conciliatrice ed energica. Il Governo della Repubblica è forte. Quindi non teme: ha missione di perseverare intatti i diritti e il libero compimento dei doveri d'ognuno. Il suo Governo deve avere la calma generosa e serena, non gli abusi della vittoria. Inesorabile quanto al principio, tollerante e imparziale cogli individui: aborrente dal transigere e dal diffidare: né codardo né provocatore; tale deve essere un governo per essere degno dell'istituzione repubblicana. Economie negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati. Ordine e severità di unificazione e di censura nella sfera finanziaria, guerra ad ogni prodigalità, attribuzione d'ogni denaro del paese all'utile dei paese; esigenza inviolabile d'ogni sacrificio, ovunque le necessità del paese lo impongano. Non guerra di classe, non ostilità alle ricchezze acquistate, non violazioni improvvise o ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato e freno a qualunque egoismo colpevole di monopolio, d'artificio o di resistenza passiva dissolvente o procacciante alterarlo. Poche e caute leggi. Ma vigilanza decisa nell'esecuzione ".

Dopo l'unità d'Italia

Con il compimento dell'unità, il movimento della democrazia repubblicana venne a trovarsi in una condizione di grave difficoltà, solo in parte determinata dalla conclusione del moto risorgimentale, che aveva visto il prevalere delle correnti liberalconservatrici raccolte attorno alla monarchia sabauda. Oltre che da questi motivi, la crisi che colpì il movimento repubblicano all'indomani di Porta Pia traeva origine in misura consistente dai meccanismi elettorali imposti dal regime monarchico, i quali limitavano l'esercizio del diritto di voto a poche centinaia di migliaia di privilegiati. In queste condizioni una forza popolare, come quella rappresentata dai repubblicani, non poteva praticare altra strada, se non quella dell'astensionismo elettorale. A prescindere da ogni altra considerazione sui metodi con i quali i governi liberalconservatori, cui non bastava la ristrettezza dei suffragio elettorale, usavano gestire le elezioni, la partecipazione avrebbe comportato una divaricazione fra i vertici, che inevitabilmente avrebbero dovuto tener conto degli interessi e degli umori dei corpo elettorale, e la base dei movimento, le cui aspirazioni nulla potevano avere in comune con quelle dei privilegiati ammessi al voto. Non di meno questa scelta, pur essendo largamente giustificata da ragioni politiche e da ragioni ideali, impediva ai repubblicani di esercitare in Parlamento il loro ruolo naturale di forza riformatrice e nello stesso tempo contribuiva ad accentuare quel senso di smarrimento che aveva colpito tutto il movimento alla morte di Giuseppe Mazzini, avvenuta proprio nel momento in cui più aspra si era fatta la polemica con gli internazionalisti, il cui rigoroso sovversivismo veniva oltre tutto legittimato dall'indirizzo ciecamente conservatore dei gruppi dominanti. Pur in presenza di tali difficoltà, acuite da uno stato di arretratezza del Paese tale da non lasciare spazi ad un'azione che, proprio per essere riformatrice, richiedeva un'opera paziente e di lungo respiro, che l'opinione pubblica non sempre poteva essere in grado di valutare in tutta la sua complessità, il movimento repubblicano seppe trovare un punto di equilibrio tra le aspirazioni rivoluzionarie verso le quali tentava di sospingerlo la monarchia, e l'inserimento nel regime, che lo avrebbe inevitabilmente portato a svolgere una funzione subalterna rispetto agli interessi dominanti proprio perché nel Paese mancavano forze capaci di sostenere adeguatamente il suo tentativo. I repubblicani compresero di doversi preparare a svolgere un'opera lunga e paziente per liberare, in primo luogo, il mondo operaio e contadino dall'egemonia esercitata da ambienti conservatori incapaci di andare oltre la pura e semplice filantropia. In altre parole bisognava abituare il proletariato all'esercizio e alla tutela dei propri diritti, ma nello stesso tempo occorreva evitare che lo spettro della Comune parigina potesse indurre anche i settori più avanzati della borghesia a stringersi attorno alla corona e ai gruppi conservatori da questa rappresentati. Fu così che, alla fine dei 1871, per iniziativa dello stesso Mazzini, veniva fondato a Roma il Patto di fratellanza tra le Società operaie. I repubblicani portarono nel Patto di fratellanza la loro abitudine a confrontarsi con la realtà quale essa effettivamente è, e non quale piacerebbe che fosse. Di fronte alla predicazione sovversiva dei nuclei internazionalisti, questo rigoroso senso della realtà fu spesso scambiato per espressione di un astratto solidarismo. In realtà, ai repubblicani non sarebbe stato difficile lasciarsi andare all'entusiasmo dell'improvvisazione e contrastare la crescita degli internazionalisti, facendo ricorso ai loro stessi mezzi. C'è però da domandarsi, se così fosse stato, quali contraccolpi avrebbe subito la vita dei Paese, la sua lenta evoluzione e, soprattutto, la sua non ancora sperimentata unità. Per circa venti anni il Patto di fratellanza rappresentò il punto di incontro - talvolta anche di scontro - di tutte le forze più avanzate del Paese. Tra le sue lotte più significative va ricordata quella condotta a tutela della dignità femminile; così come va sottolineato l'impegno per la realizzazione delle prime strutture economiche del proletariato italiano: quasi tutte le prime cooperative; quasi tutte le prime casse mutue e di resistenza; quasi tutte le prime scuole popolari sono opera dei Patto di fratellanza e furono dirette e gestite dagli stessi lavoratori, a differenza di quanto accadde in seno alle organizzazioni cattoliche. Ma il Patto di fratellanza non è l'unica realizzazione che i repubblicani abbiano portato a termine in questi anni di lenta e difficile crescita, contraddistinti da un senso di precarietà al quale i conservatori reagiscono opponendosi ad ogni segno di apertura. La presenza repubblicana in questi anni si afferma nel Paese attraverso una fitta trama di iniziative, per lo più condotte a livello locale, che hanno lo scopo di mantenere vivi i contatti con la società civile. Il movimento repubblicano non si limitava a svolgere una stanca predicazione astensionista, né viveva sulla propaganda irredentista, che acquistava consistenza e spessore politico con la denuncia del significato conservatore della politica estera della dinastia, ma tentava di richiamare l'attenzione della pubblica opinione sui problemi reali del Paese, ed in particolare sui vincoli posti allo sviluppo da un sistema di governo in cui tutto concorreva a far sì che le magre risorse nazionali fossero destinate alle spese improduttive richieste dall'accentramento burocratico e dal militarismo. Con il passare degli anni, e con il progressivo aprirsi della società alle esigenze di crescita sociale ed economica, il compito dei repubblicani doveva diventare più facile e si attenuava l'impegno astensionistico. I primi deputati repubblicani fecero il loro ingresso in Parlamento intorno al 1880 e non è un caso che accanto ad uomini di cultura come Giovanni Bovio e Napoleone Coiajanni si potessero contare operai come il genovese Valentino Armirotti e, più tardi, il milanese Pietro Giuseppe Zavattari.

Tra la fine del secolo e l'inizio del '900

Il Partito repubblicano italiano si costituiva come forza politica organizzata, dotata di proprie strutture permanenti, alla fine dei 1895, in un momento di grave crisi per il Paese, da troppo tempo costretto a misurarsi con le difficoltà crescenti poste dalla velleitaria politica espansionistica voluta dai circoli reazionari raccolti attorno alla corona. Rispetto a questi circoli i repubblicani, negli anni di fine secolo, rappresentarono, sul terreno politico e sul terreno ideale, una valida forza di alternativa che, proprio per il suo rifiuto del dogmatismo ideologico, si dimostrava assai più decisa e assai più concreta di quella che i socialisti tentavano di costruire. A dispetto delle ricorrenti accuse di formalismo, la pregiudiziale istituzionale (il rifiuto, cioè, di collaborare con la monarchia), che il Pri mantenne ferma nonostante la fine dell'astensionismo, era l'espressione di un progetto di riforma dello Stato che né i radicali né i socialisti erano ancora riusciti ad enucleare, gli uni perché timorosi di compromettere la loro marcia di avvicinamento verso le istituzioni, gli altri perché incapaci di guardare alla situazione reale dei Paese al di fuori dei rigidi schemi dell'ideologia classista. All'agnosticismo istituzionale nel quale socialisti e radicali si erano rifugiati, i repubblicani replicarono sostenendo che le aspirazioni di giustizia e di eguaglianza rischiano di essere vane se non si collegano ad una strategia mirante alla creazione di un nuovo modello istituzionale capace di garantire, attraverso la libertà dei cittadini e l'autonomia dei corpi associativi e degli enti locali, il civile confronto delle classi. Le vivaci polemiche tornate ad accendersi nei primi anni dei secolo all'interno della sinistra, preannunciarono il determinarsi di quella condizione di difficoltà in cui i repubblicani si sarebbero venuti a trovare durante tutto il decennio giolittiano. Il giuoco degli schieramenti e delle alleanze, non sempre chiare, che si formarono in questo periodo, dovevano far sì che il Partito repubblicano - l'unico a mantenersi al di fuori di qualunque compromesso - fosse indicato come forza estranea e contraria al sistema in nome di ideali astratti. Nulla di meno esatto di questo giudizio che pretendeva di liquidare il Partito repubblicano come forza politica attiva. In questi anni il Pri, riprendendo una tematica a lungo sviluppata da Napoleone Colajanni, sottolineò con vigore che la questione meridionale non poteva essere affrontata secondo l'ottica delle leggi speciali (un'ottica che oggi si potrebbe definire di tipo assistenziale), ma poteva essere risolta solo attraverso una coraggiosa politica che, facendo leva sulle autonomie regionali fosse capace di risvegliare nelle popolazioni meridionali quelle capacità di intrapresa che la politica fiscale dei governi monarchici e l'accentramento autoritario di stampo sabaudo avevano spento. I repubblicani avvertirono anche che il periodo di prosperità e di pace sociale di cui il Paese stava godendo grazie alla più duttile politica giolittiana era un periodo che non avrebbe potuto avere lunga durata, giacché lo sviluppo del Paese, oltre ad essere rallentato dalle spese improduttive che si mantenevano su livelli non compatibili rispetto alle sue reali risorse, poggiava su un sistema che combinava il prelievo fiscale sui ceti più deboli, ad una politica di aiuti a ben individuati settori industriali e agrari, ed era pertanto destinato ad accentuare gli squilibri tra le diverse categorie e tra le diverse aree dei Paese. Il Pri si batteva perché anche sul terreno economico il Paese si aprisse ai princìpi della libertà, ma avvertiva che questo terna si legava strettamente ai più ampi problemi istituzionali e sottolineava che il protezionismo e la politica di aiuti al capitalismo parassitario erano scelte strettamente funzionali al tipo di Stato che l'alleanza tra riformisti e giolittiani era andata costruendo.

La Prima Guerra Mondiale e la crisi della societˆ italiana

Nell'autunno dei 1911 la guerra di Libia provocò una crisi politica di vaste dimensioni, che attraversò tutti i partiti della sinistra, all'interno dei quali si manifestava la presenza di uomini e gruppi i quali dichiararono più o meno apertamente di condividere le scelte dei governo. Anche i repubblicani videro aprirsi una grave contraddizione tra i vertici dei gruppo parlamentare, inclini ad accettare la tesi del fatto compiuto, e la base, che non era disposta a fare concessioni di sorta. Ma nel 1912 il Congresso nazionale di Ancona troncò ogni dubbio, ribadì la condanna nei confronti dei libici (così furono definiti gli uomini che avevano giustificato l'impresa coloniale) ed affidò la guida dei partito a Giovanni Conti ed Oliviero Zuccarini. La nuova dirigenza, formatasi alla scuola di Arcangelo Ghisleri, iniziò un'opera di chiarimento, troppo presto interrotta dalla guerra. All'indomani dello scoppio della Prima guerra mondiale - mentre i gruppi conservatori e militaristi premevano perché l'Italia entrasse nel conflitto al fianco dell'Austria e della Germania - il Pri, - che sempre si era opposto all'alleanza con i due Imperi centrali denunciandone la natura conservatrice e reazionaria soprattutto sul piano interno, lanciò la campagna per l'intervento diffondendo un manifesto che poneva l'alternativa: "0 sui campi di Borgogna per la sorella latina, o a Trento e Trieste", e sottolineava che l'intervento non avrebbe avuto solo delle finalità nazionali; ma si collocava in una prospettiva europeistica: costruire "la nuova Santa Alleanza dei popoli... gli Stati Uniti d'Europa ". La linea interventista, che i repubblicani sosterranno con serenità e fermezza di fronte all'ambiguità di tutte le altre forze politiche, non era stata frutto di scelte facili. Il Pri, partito che aveva sempre combattuto il militarismo e i suoi miti, giudicandoli in contrasto con i valori della cultura e dell'unità nazionale, partito che si era sempre battuto contro la politica di potenza e di sopraffazione, sostenendo che anche la politica estera va assoggettata ai princìpi della democrazia, non sottovalutava né i pericoli né gli orrori della guerra. Ma i repubblicani sentirono che era la natura stessa dei conflitto ad imporre tale scelta, giacché questa volta erano in gioco le sorti dell'umanità. Posti di fronte all'interrogativo: "Che cosa accadrà se la guerra sarà vinta dalla Germania e dall'Austria, i due imperi che si fondano sui princìpi dei militarismo feudale e dell'autoritarismo statale, e dove prevale una concezione di vita di per se stessa in contrasto coi princìpi della democrazia"?, i repubblicani non potevano avere esitazioni. A guerra finita il Pri, avvertendo che il Paese si stava avviando verso un periodo di rivolgimenti politici e sociali che avrebbe comportato difficoltà forse ancora più gravi di quelle sopportate durante il lungo e sanguinoso conflitto, tentò di riannodare il dialogo con le altre forze della sinistra, nella consapevolezza che le dure polemiche divampate durante tutta la guerra non avessero ormai più alcuna ragione di prolungarsi. Secondo i repubblicani la sinistra non poteva e non doveva esaurire il suo slancio in una contesa sterile sulle cause dell'intervento, ma doveva fare ogni sforzo per trovare un punto di intesa che permettesse di utilizzare la volontà di giustizia dei combattenti al fine di edificare la democrazia. Al Convegno di Firenze, che si svolse poco dopo la firma dell'armistizio, i repubblicani, oltre a riconfermare la loro piena adesione ai princìpi di Wilson, invitarono tutte le forze democratiche a battersi per la convocazione dell'Assemblea Costituente. Ma l'appello, prontamente accolto dall'Unione socialista di Leonida Bissolati, dalla Confederazione generale dei lavoro e dall'Unione italiana del lavoro, l'organizzazione sindacale dei lavoratori interventisti, fu respinto dal Psi, ormai preda dei massimalismo. I socialisti, lanciati da un'irrazionale volontà di rivalsa in una dura campagna di violenza, talvolta morale, talvolta fisica, nei confronti degli interventisti, non si avvedevano che l'indebolimento dei fronte interventista democratico poteva avere il solo risultato di rafforzare i gruppi nazionalisti e militaristi, che già andavano organizzandosi con la complicità dei poteri dello Stato. Nasceva il fascismo, che i repubblicani non ebbero esitazione a condannare, malgrado il suo iniziale "tendenzialismo repubblicano". La lotta tra repubblicani e fascisti si colorò ben presto di toni drammatici. Bande fasciste, dopo aver devastato, alla fine dei 1920, la sezione di Gorizia, attaccarono il 14 luglio 1921 la sezione di Treviso, che fu distrutta dopo un breve ma duro combattimento. I repubblicani furono costretti a difendersi dagli attacchi quotidiani dei fascisti e dei nazionalisti, ormai lanciati alla conquista dei Paese. l'Italia si vide calata in una contesa che si presentava quanto mai difficile per tutta la sinistra. Ci si è spesso domandati, in tutti questi anni, come mai il fascismo sia riuscito ad avere partita vinta pur disponendo, almeno fino al 1921, di forze relativamente ridotte. Ora, se è vero che il fascismo potè contare sulla complicità attiva dei poteri dello Stato, è altrettanto vero che la sinistra si apprestò allo scontro con il fascismo in condizioni di disarmo morale a causa dell'errore storico commesso dai socialisti con il loro ostinato rifiuto di riconoscere i valori della democrazia cosiddetta borghese. Con una tradizione politica e culturale di questo tipo era dunque prevedibile che la lotta contro il fascismo, che era sì anche una lotta di classi, ma era innanzitutto una lotta di libertà, avesse delle probabilità di riuscita assai modeste. Se poi si considera che nemmeno dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti la sinistra fu capace di imprimere alla sua azione contenuti drammatici e rivoluzionari, quale solo una decisa lotta antimonarchica avrebbe potuto dare, si può spiegare come mai l'Aventino abbia fallito i tutti i suoi obiettivi e non sia riuscito a suscitare un solo fremito di ribellione nelle masse popolari, alle quali, evidentemente, non era possibile chiedere di battersi e di morire in nome di ideali per tanti anni derisi.

Il Pri contro il fascismo

Dopo la marcia su Roma i repubblicani cercarono di favorire la formazione di movimenti che in qualche modo potessero rimediare alla rigidità e alla pesantezza degli schemi secondo i quali nel dopoguerra si erano mossi quasi tutti i partiti politici. Così, mentre Oliviero Zuccarini tentava di fare della sua rivista, La Critica Politica, il punto di aggregazione di tutte le forze autonomistiche, Randolfo Pacciardi fondava la associazione combattentistica Italia Libera, alla quale aderì la parte migliore e più decisa dell'antifascismo militante, da Carlo Rosselli a Ernesto Rossi, e che sarà una delle prime organizzazioni antifasciste a subire i rigori della linea dura lanciata da Mussolini con il discorso dei 3 gennaio 1925. In questi anni l'obiettivo dei Pri fu quello di unire attorno al tema delle libertà del Paese forze e settori che si richiamavano ai princìpi dei liberalismo. Ai repubblicani non sfuggiva, infatti, che la battaglia contro il fascismo poteva essere vinta solo se i partiti della democrazia fossero riusciti a ricuperare terreno presso quei settori della società - i combattenti e il ceto medio - che si erano lasciati attrarre dal fascismo anche a causa dell'ostinazione con cui i massimalisti avevano rifiutato la riconciliazione tra neutralisti e interventisti. Ma anche in questo caso lo sforzo dei repubblicani era uno sforzo disperato, che doveva fare i conti con un liberalismo nettamente conservatore, che aveva sì esaltato i valori della libertà ma, sottovalutando il dato istituzionale, si era chiuso nell'astrattezza, non aveva saputo allargare i propri orizzonti ad una concezione attiva e dinamica delle libertà, né era stato in grado di riconoscere il vincolo solidale che tutte le unisce, sia quelle economiche, sia quelle politiche. Questo spiega come mai solo alcuni settori, per altro marginali, dei liberalismo, trovarono la forza e la capacità di opporsi al fascismo, mentre altri, ben più consistenti, non solo votarono la fiducia al primo governo Mussolini, ma aderirono addirittura al listone fascista, in occasione delle elezioni dei 1924: quelle stesse elezioni che si svolsero in un clima di violenza tale da indurre il Pri a sospendere ogni attività di propaganda e che Giacomo Matteotti denuncerà nel suo ultimo discorso parlamentare, poco prima di essere ucciso proprio a causa di questa sua coraggiosa denuncia.

La lotta alla dittatura

Fallito anche l'ultimo tentativo fatto dai repubblicani nella seconda metà dei 1925, dopo l'inevitabile sfaldamento dell'Aventino, allo scopo di promuovere la formazione di una Concentrazione repubblicano - socialista, per la cui realizzazione si batté anche Carlo Rosselli, il 30 ottobre 1926 il fascismo assestava alle forze di opposizione il colpo decisivo. Tutti i partiti e tutti i giornali dell'opposizione furono soppressi. Per sfuggire all'arresto numerosi militanti e dirigenti dei Pri furono costretti a prendere la via dell'esilio, mentre non pochi erano i repubblicani inviati al confino o arrestati per la loro attività antifascista. Nella lotta contro il regime il Pri non si chiuse in se stesso, ma cercò di stabilire le più larghe alleanze tra tutte le forze democratiche, mostrandosi disponibile a rinunziare alla propria autonomia. I repubblicani sentirono che la lotta per la riconquista della libertà non poteva essere subordinata a interessi di parte. Sicché, proprio mentre altri partiti si chiudevano nel settarismo più cieco che screditava tutto l'antifascismo e rafforzava il regime, il Pri invitava i suoi iscritti rimasti in Italia ad aderire al movimento di Giustizia e Libertà, che nasce e si sviluppa come movimento di lotta grazie al contributo dei militanti repubblicani, la cui presenza in numerose zone è senz'altro prevalente. Nella primavera dei 1927 i repubblicani aderirono alla Concentrazione Antifascista, anche se avvertivano i limiti di una organizzazione che sembrava intenzionata a muoversi secondo gli schemi dell'Aventino. Di qui la lotta costante perché la Concentrazione abbandonasse l'illusione legalitaria, la speranza, cioè, che l'Italia potesse riconquistare la propria libertà, non con le forze dei suo popolo, ma in virtù dell'intervento della dinastia. Grazie a quell'idealismo pratico che li ha sempre contraddistinti, i repubblicani, prima e meglio di ogni altra forza politica, compresero che la lotta contro il fascismo era una lotta che non sarebbe stata né breve né facile e andava condotta anche a prezzo di sacrifici che potevano sembrare sproporzionati rispetto agli obiettivi immediatamente raggiungibili. Tra il 1927 e il 1932 tutte, o quasi tutte, le azioni di lotta contro il fascismo furono azioni portate a termine col contributo determinante dei repubblicani. Ma i repubblicani compresero anche che la lotta per la riconquista della libertà era subordinata al consolidamento delle democrazie europee, quasi dovunque minacciate da ricorrenti tentativi autoritari. Per sconfiggere il nazionalismo, diventato il punto di coagulo di tutti gli autoritarismi, bisognava intensificare l'impegno europeista; ed è così che il patto unitario stretto con i repubblicani spagnoli nell'ottobre dei 1928 si conclude con l'impegno di lavorare per la formazione degli Stati Uniti d'Europa, premessa indispensabile di ogni più vasto ordinamento della vita internazionale dei popoli. Gli anni dei fascismo non segnarono un arresto dei dibattito interno e il Pri non mancò di interrogarsi sui problemi posti dalla nascita della società industriale. La testimonianza di questo dibattito ci viene da un documento approvato dalla sezione di Parigi nel 1931, dove si legge: "Lo Stato moderno, con gli sviluppi formidabili della tecnica produttiva, coi ritmo più celere della distribuzione dei consumi. coi moltiplicarsi indefinito delle forme di attività dei singoli e dei gruppi, non può restare assente dal gioco degli interessi contrastanti. Quando si manifesta, come nei tempi moderni, con frequenza preoccupante, il fenomeno dei gruppi economici che assumono proporzioni gigantesche e minacciano di imporre la loro potenza plutocratica all'autorità stessa degli Stati e che diventano pericoli per gli istituti della democrazia e per la pace fra le nazioni, è chiaro che lo Stato deve essere munito di ampi poteri di controllo, per impedire le possibili sopraffazioni di queste forze particolari sui diritti e le libertà collettive".

Oggi in Spagna, domani in Italia

Dei tre partiti antifascisti che conservarono la propria struttura durante tutto il ventennio, il Pri fu l'unico a non poter contare su appoggi di natura internazionale. Ma proprio questo permise ai repubblicani di superare la crisi esplosa negli "anni dei consenso". Fu grazie ad una completa indipendenza da ogni condizionamento di carattere internazionale, che gli esuli repubblicani poterono essere i primi a raccogliere l'appello lanciato da Carlo Rosselli nell'estate dei 1936: "Oggi in lspagna, domani in Italia!". Accorrendo in difesa della libertà della Spagna i militanti repubblicani rinnovarono un'antica tradizione garibaldina e resero onore al monito pronunciato da Eugenio Chiesa in punto di morte: "Soprattutto pensate all'azione". Ma la loro partenza non avveniva esclusivamente all'insegna di romantici impulsi emotivi. I repubblicani non accorrevano verso la Spagna alla ricerca di una "bella morte". Aveva infatti questa spontanea, non sollecitata risposta all'appello di Carlo Rosselli (con il quale, pure, essi avevano avuto polemiche assai dure), un profondo significato politico, giacché si accompagnava ad un ben più cauto atteggiamento dei partiti di massa, che solo dopo la morte del leader dei Pri Mario Angeloni si sarebbero decisi all'intervento. E proprio nel momento in cui con la travolgente avanzata nazista più oscuro si faceva l'orizzonte politico dell'Europa, si ricostruiva una solidarietà di forze democratiche che non a caso vedeva in prima fila i repubblicani e gli uomini di Giustizia e Libertà, un movimento che si richiamava, al pari del Pri, ai princìpi della democrazia risorgimentale. Dei resto una significativa conferma della centralità dei Pri nella lotta contro il fascismo verrà proprio dai partiti di massa che vorranno al comando dei Battaglione Garibaldi il repubblicano Pacciardi. Con la guerra di Spagna l'Europa si avvicina alla seconda guerra mondiale. Nel 1940 l'invasione nazista della Francia provocò la dispersione dei gruppo dirigente repubblicano. I contatti, già tanto precari e difficili, tra i diversi gruppi ancora operanti furono interrotti, e i militanti repubblicani si trovarono ad affrontare la dura realtà della guerra senza un centro operativo capace di unificare e dirigere la loro volontà di riscossa democratica. Di conseguenza, attorno al 1942, mentre in alcune regioni uomini delle vecchie e delle nuove generazioni confluivano nel Partito d'Azione, che venne visto quasi come un prolungamento di Giustizia e Llibertà e di un impegno unitario di cui per primi proprio i repubblicani avevano avvertito l'esigenza, in altre zone la base ritenne di non poter sacrificare l'autonomia politica del vecchio partito della democrazia risorgimentale ad un esperimento, generoso e suggestivo, ma destinato a cadere al momento della normalizzazione della vita politica. Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini furono con Cino Macrelli i più decisi a sostenere questa seconda soluzione. La loro volontà di ricostruire il Pri doveva dei resto trovare una prima conferma nelle ambiguità che vennero a manifestarsi in seno al partiti antifascisti dopo il Congresso di Bari dei gennaio 1944, che segnò il passaggio della coalizione antifascista dalla tesi della decadenza della monarchia a quella della tregua istituzionale, secondo una imposizione che veniva dai governi alleati, nessuno escluso.

Dalla Liberazione alla Repubblica

Dopo la liberazione di Roma il Pri non ebbe altra strada se non quella di ribadire la sua volontà di mantenersi estraneo al Comitato di Liberazione Nazionale, ma riconfermò la sua attiva presenza nei Cln provinciali delle zone occupate, nella convinzione che là dove si trattava di combattere i nazifascisti i repubblicani dovevano essere elemento di coesione e di unità. Tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 i repubblicani dettero il loro pieno contributo alla lotta di liberazione sia nelle brigate di Giustizia e Libertà sia nelle formazioni di partito, le Brigate Mazzini. Nell'Italia liberata la politica dei Pri si caratterizzò, invece, per una serrata denuncia dell'indirizzo seguito dai governi dei Cln: una denuncia che non si fondava soltanto sulla pregiudiziale repubblicana, ma traeva motivo dalla considerazione secondo cui non aver interrotto la continuità dello Stato monarchico, del quale era stata per di più mantenuta inalterata la struttura, significava porre il Paese in una condizione non facile rispetto agli Alleati che quella continuità avrebbero fatto valere sul tavolo delle trattative di pace. L'uscita dal conflitto mondiale poneva al Paese grandi e numerosi problemi. Il tessuto economico e sociale dell'Italia era stato troppo a lungo dilacerato dagli anni di guerra, soprattutto nel Nord, dove più cruento era stato lo scontro con le truppe nazifasciste, e dove molte vie di comunicazione erano saltate e molte industrie distrutte. La liberazione restituiva agli italiani, dopo venti anni di dittatura, la libertà di decidere il proprio destino di popolo civile, ma apriva interrogativi ai quali era difficile rispondere se prima non fosse stato definito il problema istituzionale. La posizione intransigente e radicale del Pri sulla questione istituzionale influì non poco a smuovere gli altri partiti che tutti, tranne il Partito d'Azione, sia pure con accenti e motivazioni diverse, si mostravano alquanto possibilisti nei confronti della monarchia. Ma i repubblicani avevano posto sul tappeto un problema fondamentale per il futuro del Paese, sul quale non erano possibili compromessi. E questa linea essi mantennero sino al referendum, rifiutando di partecipare a qualsiasi coalizione di governo, sostenendo che monarchia e fascismo erano a tal punto inscindibili che, fino a quando fosse stato in vita l'una sarebbe stato sempre presente l'altro. Avvicinandosi il referendum istituzionale, i repubblicani, certi della scelta dei popolo italiano, chiamarono le altre forze politiche a confrontarsi, fuori dei dogmatismi ideologici, su quale Italia si dovesse costruire. Nel febbraio del 1946 il Partito repubblicano dedicava i lavori dei suo congresso nazionale all'esame di un Progetto di Costituzione repubblicana dello Stato, elaborato da Giovanni Conti con la collaborazione di Tomaso Perassi durante l'occupazione nazista. Il Progetto riaffermava la necessità di uscire dalle formulazioni vaghe e generiche e indicava quali princìpi da porre a base dei nuovo patto costituzionale: "un mutamento dei rapporti sociali che renda possibile la moralizzazione della vita pubblica"; "la realizzazione dell'autogoverno effettivo della nazione"; "una democrazia realizzata come organizzazione di libertà locali e generali"; "il principio che la sovranità risiede nel popolo degli italiani". Il 2 giugno 1946 è la Repubblica. Il Partito repubblicano, che aveva guidato la battaglia per la Repubblica portava alla Costituente 23 parlamentari; nell'autunno gli eletti della lista della Concentrazione Democratico Repubblicana (nata dalla scissione del Partito d'Azione), Ugo la Malfa e Ferruccio Parri, riconoscendo nel Pri la forza politica che più di ogni altra rappresentava gli ideali di intransigenza democratica che erano stati alla base della nascita dei Partito d'Azione, entravano nel Partito repubblicano. Caduta la monarchia, i repubblicani accettarono per la prima volta di partecipare al governo della nazione assieme ai tre grandi partiti di massa: Cino Macrelli e Cipriano Facchinetti dovevano rappresentarli nel secondo ministero De Gasperi. La Costituente che deve elaborare la Carta fondamentale della democrazia italiana trova in prima fila i repubblicani, gli unici che già durante la Resistenza si siano posti il problema della costruzione dei nuovo Stato democratico. La scelta tra repubblica presidenziale e repubblica parlamentare avviene a favore di quest'ultima, quando l'Assemblea approva un ordine dei giorno presentato dal repubblicano Perassi. La nascita delle Regioni (che dovranno attendere oltre un ventennio per essere realizzate) quale riaffermazione dei princìpi dell'autonomia e dei decentramento contro lo Stato accentratore espressione dei regime monarchico e fascista, è sostenuta vittoriosamente da Giovanni Conti e da Oliviero Zuccarini contro lo stesso Partito comunista che allora si dichiarava contrario alle autonomie

Gli anni della ricostruzione

L'Italia ha di fronte in quegli anni tutti i gravi problemi che derivano dalla necessità di riassestare il sistema produttivo e di combattere la crescente inflazione postbellica E' il repubblicano Ugo la Malfa che sottopone all'attenzione della Assemblea Costituente i problemi della politica economica e finanziaria secondo una linea di rigore che pone in evidenza la necessità di lottare contro la disoccupazione e di riattivare i meccanismi produttivi. Sono i repubblicani a chiedere che gli aiuti del piano Marshall siano indirizzati verso gli investimenti pubblici produttivi e per riequilibrare gli squilibri economici territoriali. Le scelte dei repubblicani sono così sempre consequenziali alla loro concezione della democrazia intesa come conquista quotidiana e crescita collettiva, al di fuori di schematismi e di griglie ideologiche, proprie di altri partiti che si sforzano di interpretare e misurare la realtà entro canoni prefissati. Il Partito repubblicano si riallaccia in questo modo alle battaglie e alle tradizioni più significative della democrazia repubblicana dei Risorgimento. Vuole essere ed è il partito della ragione. Quando la divisione dei mondo in due blocchi provoca la guerra fredda e questa porta alla scelta di campo senza mezze misure, il Partito comunista italiano riafferma la sua solidarietà e fratellanza con il Paese che ha realizzato il socialismo, l'Unione Sovietica; a sua volta il Partito socialista, che sente prevalere la scelta di classe, conferma il Patto di unità d'azione che lo lega al Pci. Il Presidente dei Consiglio, De Gasperi, forma un nuovo governo senza i comunisti e i socialisti, che passano all'opposizione. L'unità nazionale è rotta. Il Paese è ormai diviso in due schieramenti: centrismo e frontismo. Il segretario dei Partito repubblicano, Pacciardi, scrive su La Voce Repubblicana: "Il Paese si è polarizzato verso gli estremismi: comunismo e anticomunismo. Noi ci rifiutiamo di dividere il mondo così e di lasciarci trascinare su questo terreno. I repubblicani operano per tentare di ricucire una frattura di cui avvertono tutti i pericoli per la democrazia italiana". "Noi - scrive ancora Pacciardi - creeremo una forza di equilibrio, una zona di ragione dove l'aria sarà irrespirabile per tutti i faziosi". A rendere incolmabile l'abisso tra i due schieramenti intervenne la scissione dei Partito socialista, con l'uscita dei gruppo raccolto attorno a Giuseppe Saragat, che contava quasi sul 50 per cento del partito. Nasceva il Partito socialdemocratico. Fu in questo quadro che il Partito repubblicano decise di assicurare la propria partecipazione alla formula centrista. Il pericolo di involuzioni dell'asse politico, provato dall'elezione dei sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini, avvenuta con i voti determinanti della destra, l'impossibilità di avviare un qualsiasi discorso a sinistra, convinsero i repubblicani a collaborare con la Democrazia cristiana, con il disegno di spingere questo grosso partito, carico di contraddizioni e solcato da forti tendenze conservatrici, verso obiettivi di progresso sociale. I repubblicani entravano nel quarto governo De Gasperi con Randolfo Pacciardi, Carlo Sforza e Cipriano Facchinetti. Questo governo arrivò alle elezioni del 18 aprile 1948. L'accentuarsi delle frizioni internazionali tra Est ed Ovest, determinato dal dramma dilacerante vissuto a Praga e la presenza in Italia di un forte Partito comunista sempre più saldamente legato al mito dei socialismo sovietico, sviarono l'attenzione degli italiani: gli appelli dei Pri alla ragione, a non dividersi tra comunisti e anticomunisti, caddero nel vuoto. La paura dell'orso sovietico che poteva invadere il Paese da un momento all'altro era alimentata dalla stessa Democrazia cristiana e dalle gerarchie cattoliche, sempre pronte a cogliere l'occasione per spostare a destra la Dc. Anche molti democratici si lasciarono prendere da questo spirito di crociata in attesa dell'ora x che avrebbe salvato o perduto l'Italia. Il 18 aprile 1948 segnerà a fondo il sistema politico italiano, creando quel bipartitismo imperfetto che avrebbe caratterizzato tutta la vita della nostra Repubblica. I partiti della democrazia laica furono pesantemente ridimensionati nel loro stesso ruolo; la Democrazia cristiana aveva ottenuto la maggioranza assoluta. Così alterati i rapporti di forza, non vi era altra alternativa alla partecipazione al governo se non una sterile opposizione senza prospettive. Ma i repubblicani, pur ridotti nella loro rappresentanza parlamentare, seppero mantenere viva l'attenzione sul problemi reali dei Paese e sulle loro soluzioni. Pur presenti in uno schieramento centrista, essi tentavano di indicare lo spazio che si apriva ad una sinistra non velleitaria e riformatrice. Era il richiamo alla ragione e al pragmatismo





Si preannuncia la svolta lamalfiana

"La considerazione dei problemi economici e finanziari - dirà Ugo la Malfa nel 1949 - non può astrarre dal tempo cui essi si riferiscono, e una politica che può apparire errata in una certa fase economica, risulta giusta in un'altra e viceversa". Il Partito repubblicano si caratterizzava in questi anni come il più tenace assertore di soluzioni pragmatiche per affrontare i grossi nodi dei Paese e aiutarlo a liberarsi dagli stretti vincoli delle vecchie strutture e delle anguste visioni ideologiche che attanagliavano in una situazione irrazionale la società italiana. Il Partito repubblicano non ha modelli preconfezionati da offrire, né palingenesi da auspicare, la sua attenzione è rivolta verso quei Paesi anglosassoni che in nome di una democrazia intesa come ragione, vanno costruendo quella che più tardi verrà definita la società dei benessere. Questo riferimento è essenziale per comprendere tutta l'azione politica dei repubblicani, che, pur nei vari aspetti, dalla politica economica a quella estera a quella delle Istituzioni, può essere ricondotta a questo unico punto di partenza che è l'appartenenza dell'italia all'Occidente democratico. Non si comprende bene quanto è avvenuto negli anni dei centrismo senza aver presente l'azione svolta dai repubblicani: la necessità di rivitalizzare il nostro sistema agricolo, caratterizzato ancora dal latifondo, di sviluppare un moderno sistema industriale, di aprirci all'Europa e costruire contemporaneamente un nuovo Stato, imponevano scelte precise e improcrastinabili, alle quali forze politiche e interessi economici rilevanti si opponevano. Ciò nonostante il rigore dell'impostazione repubblicana fu decisivo per la realizzazione di questi obiettivi riformatori che costituivano il nuovo volto dell'italia industriale. Nel 1949 il Pri con l'impegno di La Malfa pose alla Dc in termini alternativi la scelta per una moderna riforma agraria che debellasse il latifondo parassitario esteso soprattutto nel Mezzogiorno. Fu una battaglia non facile a fronte di una Democrazia cristiana maggioritaria e nella quale molti erano gli interessi latifondistici, e di un Partito liberale che si andava caratterizzando come forza conservatrice e di destra. La Democrazia cristiana dovette accettare l'impostazione repubblicana e il Partito liberale passò all'opposizione rimanendovi per l'intera legislatura, contrastando tutte le principali realizzazioni: riforma agraria, liberalizzazione degli scambi, Cassa per il Mezzogiorno. Battaglie non facili da condurre in un quadro politico che vedeva i comunisti e i socialisti pregiudizialmente ancorati al mito della rivoluzione socialista, sostanzialmente indifferenti a quanto si poteva realizzare nel Paese; i partiti della destra monarchica e fascista in crescente risalita; il Partito liberale a difesa degli interessi più conservatori; la Democrazia cristiana sempre sensibile ai richiami integralistici del Vaticano. Pur in presenza di tante difficoltà, la riforma agraria, primo decisivo passo verso la modernizzazione delle strutture economiche fu realizzata; e nello stesso anno, nel 1950, fu creata la Cassa per il Mezzogiorno, primo tentativo di dare centralità al problema dei Mezzogiorno e alla soluzione dei suoi storici problemi attraverso un massiccio intervento di capitale pubblico. L'esperienza alla quale il Partito repubblicano guardava era quella della Tennessee Valley Authority che il governo democratico di Roosevelt aveva realizzato nel quadro delle iniziative per uscire dalla grande depressione. Non furono poche le opposizioni e i timori di quanti non credevano e non volevano l'intervento dello Stato, fermi ad una concezione ottocentesca dello Stato liberale. A questi i repubblicani contrapponevano una concezione moderna dell'economia che doveva fare i conti con i problemi endemici rappresentati da gravi squilibri territoriali. "Voi volete trasformare il Mezzogiorno col liberalismo economico, con la libertà economica? - dirà Ugo la Malfa - Ma cosa volete che la libera iniziativa possa creare nel Mezzogiorno quando gli elementi strutturali e fondamentali, dalle case alle bonifiche, dall'acqua alle fognature, ai mezzi di comunicazione non vi sono?". Erano le premesse di quella politica di programmazione che i repubblicani porranno a base della svolta di centrosinistra e che riproporranno negli anni dell'emergenza come unica via per uscire dall'inflazione e ridare vigore al sistema economico. Ma il provvedimento sul quale più si accanirono i ceti conservatori fu la liberalizzazione degli scambi. Gli industriali temevano che l'apertura delle frontiere avrebbe colpito a morte l'industria nazionale e si sentivano più sicuri dietro i vecchi schemi corporativi. La stessa Confederazione Generale del Lavoro, temendo per l'occupazione, si schierò contro. Ma la posizione dei repubblicani e di Ugo la Malfa, che ricopriva l'incarico di ministro del Commercio con l'estero, prevalse sulle opposizioni e sulle titubanze. Nell'agosto del 1951 l'Italia, prima in Europa, si apriva all'Europa. "Fui mosso da due convincimenti - dirà più tardi La Malfa - La visione meridionalista, ossia l'idea di stimolare con la concorrenza il sistema economico, favorendo il Mezzogiorno, e l'intuizione della capacità nazionale di andare sui mercati, della possibilità di dare finalmente respiro, sprigionare energie compresse". Erano così fissate quelle riforme che assicureranno la nascita di un'Italia industriale e che porteranno agli anni dei boom economico. L'economia italiana iniziava a progredire grazie a interventi legislativi riformatori che le forze moderate tenacemente avevano osteggiato. Parallelamente alla nuova impostazione di politica economica, che i repubblicani cercavano di assicurare al Paese, marciava l'impegno per dare all'Italia una politica estera democratica; al repubblicano Carlo Sforza, ministro degli Esteri, si deve la grande vittoriosa battaglia per porre il Paese al fianco delle nazioni dell'Occidente democratico. Per portare l'Italia nell'Alleanza Atlantica fu necessario vincere le numerose titubanze che emergevano nell'ambito della stessa Democrazia cristiana, sulla quale premevano le gerarchie vaticane, propense ad attribuire al nostro Paese un destino di neutralità. Un'Italia non allineata, inevitabilmente destinata a subire un progressivo distacco dalle democrazie dell'Occidente era l'aspirazione di molti cattolici ed era, nello stesso tempo, l'obiettivo del socialcomunismo. Ma De Gasperi condivise la scelta occidentale dei repubblicani, di Sforza e di La Malfa: l'Italia entrò nella Nato, una alleanza militare difensiva che i democratici interpretarono sempre come premessa per la realizzazione dell'Unità europea, bene supremo che avrebbe garantito la pace. Lo stesso Sforza portò l'Italia ad aderire al nascente Consiglio d'Europa. La prima legislatura repubblicana portava così impresso il segno dei Partito repubblicano, che da una posizione di minoranza aveva indicato la via da percorrere per assicurare il progresso dei Paese. Ma la Democrazia cristiana rimaneva il partito della maggioranza assoluta, mentre la protesta qualunquistica e corporativa ingigantiva la destra monarchica e fascista che nuovamente assurgeva al ruolo di protagonista. Sul fronte dell'estrema sinistra proseguiva l'opposizione dei socialisti e comunisti in attesa dei fatidico evento della rivoluzione. In questa situazione i repubblicani, consapevoli dei pericoli reali per le sorti dello Stato democratico che venivano dalla possibilità di uno scivolamento reazionario dell'asse politico, grazie alle crescenti lusinghe dei partiti di destra nei confronti della Dc, proposero una Costituente programmatica che unisse tutti i partiti laici. L'idea non fu accolta. Si pensò allora ad una modifica della legge elettorale che assicurasse ai partiti "apparentati" un premio di maggioranza nel caso in cui avessero ottenuto il 51 per cento dei voti. La legge fu definita dall'estrema sinistra un provvedimento liberticida e si coniò il termine di "legge truffa". Anche l'estrema destra monarchica e fascista si oppose con furore alla legge. I repubblicani l'accettarono, ben sapendo che non si trattava di dare alla Democrazia cristiana una maggioranza che già aveva, quanto di legarla con vincoli maggiori ai partiti laici, così da bloccare quelle possibili involuzioni sulla destra che l'operazione Sturzo, il tentativo cioè di costituire nel Comune di Roma una maggioranza di centrodestra, sventato dalla ferma azione della segreteria dei Pri, affidata ad Oronzo Reale, aveva lasciato intravvedere. La legge fu approvata, ma nelle elezioni politiche dei 1953 il quorurn richiesto non scattò. Con quelle elezioni si chiudeva un ciclo politico. Iniziava il lento cammino per allargare l'area della partecipazione democratica alla ricerca di nuove forze che potessero contribuire a dare maggiore vigore al processo di trasformazione della società italiana.

Gli anni del centrosinistra e la crisi delle speranze riformatrici

Gli anni della seconda legislatura repubblicana vedono questo sforzo dei repubblicani teso a cogliere ogni occasione per stimolare nell'estrema sinistra socialista e comunista una revisione politica ed ideologica che consenta di uscire dal ghetto nel quale si erano relegate, ma sono anche gli anni nei quali essi si pongono il problema di come garantire, e con quali strumenti, un più accelerato ritmo di sviluppo ed una maggiore soddisfazione delle esigenze sociali di una moderna democrazia. E' costante il loro richiamo ad aver presenti i dati della realtà italiana ed una visione globale dei suoi problemi. Su questo terreno il Pri chiede ai sindacati di verificare le loro azioni rivendicative. Il sindacato doveva avere il coraggio di impostare i problemi generali e di chiamare i lavoratori ad assumere le loro responsabilità nel quadro dei programmi generali. Programmazione e politica dei redditi sono i contenuti di una politica riformatrice che i repubblicani additano alle forze politiche e sociali già nella prima metà degli anni '50. Il XX Congresso dei Pcus nel 1956, incrinando il mito staliniano e rivelando la realtà dei socialismo sovietico, apre le speranze alla possibilità che la sinistra socialista e comunista in Italia riveda finalmente le proprie posizioni. I repubblicani avevano più volte sottolineato come l'impedimento alla creazione di una forte sinistra democratica nascesse dalla presenza degli stretti legami internazionali che i partiti dell'estrema mantenevano con l'Unione Sovietica. "Il comunismo - dirà La Malfa - in un Paese di civiltà occidentale è concezione astratta di per se stessa. Esso pone i problemi della trasformazione sociale e politica in termini che non avranno mai possibilità di attuazione in tali Paesi". Contemporaneamente il Partito liberale, arroccato sempre più su posizioni conservatrici, subisce una scissione che porta alla nascita dei Partito radicale. E' il Partito radicale di Mario Pannunzio, direttore de Il Mondo, di Ernesto Rossi, di Francesco Compagna, Vittorio De Caprariis, Mario Paggi. La nascita di questa nuova formazione viene salutata con simpatia dai repubblicani che vedono allargarsi l'area di democrazia laica progressista. Radicali e repubblicani affrontano insieme l'analisi dei principali nodi dei Paese, economici, istituzionali e di costume, indicando risposte all'insegna della ragione, contestando sempre le fughe illusorie nell'utopia. Sono quelle indicazioni e la ferma volontà di perseguirle in un chiaro disegno politico, che caratterizzano la presenza repubblicana. Ma l'allargamento della partecipazione democratica, se è premessa indispensabile per un grande disegno riformatore, non può non marciare contemporaneamente al conseguimento di nuove tappe verso il grande obiettivo dell'unificazione europea. L'importanza che le attribuiscono i repubblicani è fondamentale. L'insegnamento di Mazzini e degli uomini più avanzati della democrazia risorgimentale viene portato avanti con tenacia. I repubblicani sono in prima linea con Randolfo Pacciardi a sostenere, d'intesa con il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, la nascita della Comunità Europea di Difesa, progetto non realizzato a causa dell'opposizione della Francia. La seconda legislatura repubblicana si avviava così alla fine, e il Partito repubblicano, verificata la convergente impostazione con il Partito radicale, decideva di presentare liste in comune. Nel novembre dello stesso anno il Pri si riunisce a Firenze per il XXVI Congresso Nazionale, che sancisce nel documento finale la necessità per il Paese di perseguire la ricerca di nuove formule politiche. Nel frattempo, il distacco del Partito socialista dal Pci diviene sempre più marcato e Pietro Nenni contribuisce a riportare il suo partito su posizioni riformistiche, le uniche che abbiano possibilità di mutare il volto dei Paese. L'allargamento dell'area democratica per il quale i repubblicani si battono con tenacia, rischia di essere compromesso nel 1960, con la costituzione dei governo Tambroni, che proprio mentre il neofascisrno riprende vigore, tenta di allargare la scissione tra Paese reale e Parlamento, presentandosi come governo forte della nazione. La reazione popolare è immediata e l'Italia si ritrova in un clima di guerra civile, con il pericolo di una "irrefrenabile radicalizzazione dello lotta politica ", come la definì il segretario dei partito Oronzo Reale. In questo clima il Partito repubblicano si batte con decisione per bloccare il processo di degenerazione in atto, e la sua iniziativa, in un momento di straordinaria tensione e di generale smarrimento, fa sì che la crisi venga superata con la costituzione di un monocolore Dc che ottiene la maggioranza, grazie al voto favorevole dei partiti laici e all'astensione dei Partito socialista. Il ritorno a condizioni di normalità permette al Pri di riprendere l'iniziativa per la costituzione del centrosinistra. Nell'autunno dei 1960 il XXVII congresso Nazionale del Pri a Bologna dichiara esaurita la formula centrista. Si arriva così alla costituzione di quel primo centrosinistra nel 1962, con Ugo La Malfa ministro dei Bilancio. Il terreno sul quale si gioca la svolta politica è quello economico, dove i repubblicani cercano di trarre le conclusioni di quanto avevano prospettato negli anni precedenti. Nasce la programmazione. Nel 1962 la Malfa presenta al Parlamento e al Paese la Nota aggiuntiva al bilancio dello Stato e indica nella collaborazione di tutte le forze sociali intorno ad obiettivi prioritari quali il Mezzogiorno e la piena occupazione, lo strumento indispensabile per assicurare continuità a quello sviluppo economico del quale si intravvede l'esaurimento; i repubblicani chiedevano l'impegno dei sindacati intorno al tavolo della programmazione. Prima realizzazione di quel governo fu la nazionalizzazione dell'energia elettrica che avrebbe dovuto garantire soprattutto nel Mezzogiorno la disponibilità di energia necessaria al suo sviluppo. Ma l'incomprensione e l'immaturità dei mondo imprenditoriale e del lavoro decretarono il fallimento della politica di piano. La Confindustria temeva il soffocamento dell'iniziativa privata, i sindacati la limitazione della loro libertà di azione. La spinta riformatrice che i repubblicani avrebbero voluto imprimere al centrosinistra, veniva così bloccata da queste tensioni. L'economia italiana si avviava verso una fase critica, mentre si allargava la spesa pubblica corrente a danno degli investimenti produttivi. Nel 1967, in occasione della crisi di governo il Pri poneva quali punti irrinunciabili: il contenimento della spesa pubblica corrente per garantire le finalità della programmazione; l'avvio concreto della riforma dello Stato e delle strutture autonomistiche, nel cui quadro inserire l'attuazione regionale; il problema delle priorità. Temi sui quali i repubblicani si batteranno con tenacia negli anni successivi, rimanendo pressoché inascoltati. Le insufficienze dei centrosinistra, la mancanza di una visione globale dei problemi dei Paese, erano il principale oggetto della loro attenzione. La stagione contrattuale del 1969, sull'onda delle agitazioni studentesche e dell'autunno caldo, fece saltare qualsiasi ipotesi di programmazione. La stabilità, ancora precaria, dei sistema economico italiano, caratterizzato dalla presenza di una vasta fascia di disoccupazione, alla quale si aggiungerà pochi anni più tardi l'aumento dei costi energetici a seguito della crisi petrolifera, fu compromessa, e l'Italia si trovò in una condizione di crisi crescente che dal piano economico si spostò sempre più sul piano sociale e istituzionale. Il Partito Repubblicano intravvedendo tutti questi pericoli, richiamò l'attenzione delle forze politiche sulla necessità di considerare contemporaneamente i problemi dell'economia e i problemi dello Stato. "Lo Stato - dirà La Malfa - non è per noi il meccanismo di potere che bisogna conquistare, ma è una organizzazione al servizio dei cittadini, che si deve servire con umiltà e disinteresse, mettendolo al di sopra di qualsiasi ragione di parte. Nella concezione repubblicana lo Stato, come organizzazione di interessi collettivi, deve sovrastare, e noi non dobbiamo, in alcun caso, sovrastare lo Stato e le sue ragioni". In questa linea il Pri si batte perché leggi civili e moderne siano realizzate: la legge istitutiva del divorzio porta la firma dei ministro della Giustizia, il repubblicano Oronzo Reale, e una legge, fondamentale per uno Stato moderno, come quella della riforma tributaria, porta la firma dei repubblicano Bruno Visentini. In questa linea il Pri, partito storico delle autonomie, si astiene nel voto per l'istituzione delle Regioni, nel 1970, perché queste non si inserivano in un quadro generale di riforma dell'assetto istituzionale, come dimostrava il rifiuto di accettare la proposta repubblicana di sopprimere, contestualmente al nascere delle Regioni, i consigli provinciali, limitati ormai nei poteri e nelle funzioni. L'aggravamento della situazione economica spinge i repubblicani a chiedere la presentazione in Parlamento di un Libro bianco sulla spesa pubblica e, nel 1971, essi denunciano la presenza di un sistema di strutture pubbliche costoso e inefficiente. - "Quando un sistema di strutture pubbliche - dirà La Malfa alla Camera - diventa parassitario, il costo di questo parassitismo cade sulla classe operaia e sul sistema direttamente produttivo" Le condizioni di crescente e inarrestabile crisi dell'intera economia italiana destano nei repubblicani la preoccupazione che l'Italia possa uscire dal novero dei Paesi occidentali e "sprofondare nel Mediterraneo". Il problema principale diviene rapidamente quello della stessa sopravvivenza dei nostro sistema.

La crisi dello Stato e l'emergenza

Esaurita ormai da tempo l'esperienza di centrosinistra, i repubblicani indicano quale unica via di salvezza un accordo di emergenza fra tutte le forze politiche e sindacali, che consenta di bloccare il processo di degenerazione che investe ormai tutte le strutture economiche, sociali e istituzionali. Il disavanzo pubblico si allarga sempre più, raggiungendo i 14mila miliardi di deficit nel 1975 e i 25mila nel 1978, mentre l'inflazione cresce ad un tasso elevatissino e il settore pubblico, dall'Eni, all'Iri, all'Egam, si trasforma in un pozzo di passività senza fondo che ingoia tra deviazioni e degenerazioni centinaia di miliardi. Il Paese è alla "Caporetto economica" come denuncia La Malfa, mentre si profila una Caporetto morale con la crisi delle stesse istituzioni e dei valori che sorreggono ogni convivenza sociale. La democrazia italiana appare inerme di fronte all'attacco di un terrorismo dilagante che colpisce con spavalda sicurezza ogni elemento vitale dello Stato. I repubblicani denunciano la situazione - frutto di crisi ricorrenti e sempre più gravi - e il rischio che ci si avvìi verso una spirale degenerativa. La gravità è tale da richiedere misure eccezionali, di qui il richiamo dei repubblicani all'emergenza, con il contributo di tutte le forze politiche e sociali. Ma emergenza significa programmazione e scelte prioritarie, responsabilità e rigore; emergenza significa anche consolidare la permanenza dell'Italia nel sistema economico a fianco delle democrazie occidentali. In questa prospettiva i repubblicani pongono la premessa per una politica di rigore che, attraverso il rilancio della programmazione riduca la spesa pubblica controllando il processo inflattivo. L'adesione dell'Italia al Sistema Monetario Europeo è in questa linea una tappa importante e una battaglia che i repubblicani conducono sino in fondo, tra le oscillazioni e i tentennamenti di tutti gli altri partiti. "Chi voglia spiegarsi - dirà la Malfa - perché il Pri si è battuto per l'ingresso immediato dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo, e ha minacciato di ritirarsi dalla maggioranza, ove ciò non fosse avvenuto, deve considerare l'importanza che il Pri ha annesso a questo confronto, perché si arrivi a una valutazione comune dei problemi e dell'atteggiamento da assumere verso il modo capitalistico di produzione, in vista di dargli la maggiore produttività ed efficienza. L'aggancio dell'Italia allo Sme non ha avuto il carattere della ricerca di un vincolo esterno, di un rigore di politica economica e monetaria, impostoci da altri Stati. Ha avuto bensì il carattere di un vincolo comunitario, cioè di un vincolo che noi stessi, partecipi della Comunità europea abbiamo accettato e ci siamo creato". Il richiamo dei repubblicani al rigore e alla ragione prosegue. Ed è così che nei primi mesi dei 1979, il Capo dello Stato affida a Ugo La Malfa l'incarico di formare il nuovo governo. Il tentativo non riesce, e il 21 marzo viene varato il governo Andreotti, del quale la Malfa è vicepresidente. Cinque giorni dopo, l'uomo che aveva così grandemente contribuito al pensiero e all'azione dei repubblicani, e naturalmente al progresso dell'Italia tutta per oltre un trentennio, scompare colto da un male improvviso. Nel settembre dello stesso anno, il Pri elegge Bruno Visentini presidente e Giovanni Spadolini segretario del partito. Spadolini nel suo intervento potrà affermare: "Nessuna pregiudiziale per il futuro, amici, ma soprattutto pregiudiziali contro qualunque pregiudiziale, perché questo che è il partito della ragione, non può avere pregiudiziali".

Giorgio La Malfa segretario

Nonostante il periodo di stabilità di cui fruiscono i governi Craxi, restano inalterati, anzi tendono ad aggravarsi, gli squilibri di fondo che caratterizzano la società italiana, soprattutto nel divario di condizioni tra Nord e Sud del Paese. Si può dire che tali anni rappresentano un'altra occasione storica mancata per incidere sui fattori strutturali che continuano a rendere costantemente precaria la situazione italiana. La diminuzione del prezzo del petrolio e della quotazione del dollaro non viene sfruttata per affrontare un piano di rientro dall'indebitamento pubblico, sollecitato inutilmente dai repubblicani. La spesa pubblica appare come una sorta di "variabile incontrollata".

All'indomani delle elezioni del 14 giugno 1987, Giovanni Spadolini, dopo aver guidato per nove anni il Pri, viene eletto alla carica di presidente del Senato, ulteriore dimostrazione del ruolo centrale che i repubblicani svolgono nella vita politica, un ruolo che va ben al di là di quanto potrebbe comportare un puro calcolo di consistenza numerica. Il 12 settembre dello stesso anno il Consiglio nazionale elegge quasi all'unanimità, a scrutinio segreto, Giorgio La Malfa segretario politico del Pri. "Noi - dichiara La Malfa nel suo primo intervento dopo la sua elezione - consideriamo nostro compito vedere più avanti, proporre soluzioni anticipatrici, ascoltare le voci della società, del suo mondo intellettuale e produttivo, in uno sforzo di rendere uniforme lo sviluppo del Paese e più giusta la distribuzione dei redditi e delle possibilità all'interno di esso".

I repubblicani non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità e partecipano al nuovo governo Andreotti, assumendo tre importanti ministeri: Riforme istituzionali, con Antonio Maccanico, Industria, con Adolfo Battaglia, poste e telecomunicazioni con Oscar Mammì.


Nel maggio del 1989 si svolgono a Rimini i lavori del XXXVII Congresso nazionale repubblicano, al termine del quale La Malfa è riconfermato alla segreteria e Bruno Visentini alla presidenza. E' un congresso di grande importanza per i repubblicani, che ha per tema "Gli anni Ô90 che vogliamo". Il congresso conferma l'originalità e la peculiarità del Pri, il suo essere espressione diretta della tradizione politica democratica, portatore di una cultura economica moderna, sostenitore di una pubblica amministrazione che risponda non ad esigenze di assistenzialismo ma ad una domanda di efficienza e di corretto funzionamento più aderente ai bisogni dei cittadini. Ha una ferma visione della laicità e sovranità dello Stato. E' portatore di una linea politica estera chiara e costante che vuole l'Italia integrata nell'Europa e nell'Occidente senza esitazioni o cedimenti. Con queste premesse programmatiche e ideali il congresso di Rimini decide di presentare alle elezioni europee liste comuni con il partito liberale e il partito radicale.

Nel luglio dello stesso anno il partito repubblicano, in occasione della formazione del nuovo governo guidato da Andreotti sostiene che "non essendo numericamente determinante si riserva "un'ultima volta" di sostenere un governo fondato sull'alleanza tra DC e PSI.

Nel gennaio del 1990, pur approvando l'adesione del governo alla banda stretta dello SME, i repubblicani rilevano che occorre costruire le condizioni adeguate di politica economica e finanziaria e criticano fermamente il provvedimento di legge sugli extracomunitari.

Nell'aprile dello stesso anno con la formazione del VII governo Andreotti, il Pri si dissocia dalla maggioranza e passa all'opposizione.

La crisi della Repubblica

Mentre gli anni '80 si erano chiusi con il crollo dei regimi dell'Est, che si richiamavano ai miti e alle dottrine del socialismo reale, una sorta di vittoria di Mazzini su Marx, come ha notato Sergio Romano, gli anni '90 sono stati gli anni della grande crisi della Repubblica, travolta dal ciclone giudiziario di Tangentopoli, che ha provocato in breve tempo la dissoluzione di quasi tutti i partiti italiani e in particolare delle forze politiche che avevano guidato la rinascita dell'Italia dal dopoguerra.

La grande trasformazione internazionale e una serie di cambiamenti, a cominciare dalla legge elettorale maggioritaria per il Parlamento, per continuare con le inchieste della magistratura, incidono profondamente sul sistema politico italiano, senza, tuttavia, garantire né un nuovo fondamento costituzionale - giacché falliscono tutti i tentativi di revisione della Costituzione - né un nuovo equilibrio politico.

Nel febbraio del 1992 il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, in polemica con il Parlamento decide lo scioglimento anticipato della Camere. Le elezioni (aprile) registrano una flessione di tutti i partiti di governo e del Pds (erede del vecchio partito comunista) e l'affermazione della Lega che, soprattutto nel nord, raggiunge percentuali elevate. Il partito repubblicano ottiene il 4,4% alla Camera e il 4,7% al Senato.
Poco dopo, Cossiga si dimette, dopo aver polemizzato con il consiglio superiore della Magistratura ed i vertici militari. Nella nuova elezione del capo dello Stato i repubblicani sostengono sino alla fine la candidatura di Leo Valiani contro quella di Oscar Luigi Scalfaro.

Nel mese di giugno '92 si costituisce il nuovo governo presieduto da Giuliano Amato, ma i repubblicani decidono di nono votargli la fiducia, riservandosi di valutare l'azione del governo sui singoli provvedimenti.

In ottobre nasce una nuova formazione politica, Alleanza Democratica, promossa dallo stesso PRI, con lo scopo di accelerare il cammino delle riforme istituzionali.
Nel mese di novembre si svolge a Carrara il XXXVIII congresso del partito repubblicano. Nella sua relazione, Giorgio La Malfa mette in luce come a fronte della crisi dell'intero sistema politico occorra "costruire un nuovo equilibrio politico che sia espressione di un rinnovamento delle idee, degli uomini e degli schieramenti politici". "Per queste ragioni Ðsosterrà La Malfa- la questione è insieme istituzionale e politica". In questa prospettiva, i repubblicani, portatori da sempre delle istanze autonomistiche, si dichiarano favorevoli ad un più ricca articolazione decentralizzata dello Stato.
Ma, per affrontare con efficacia la grande crisi politico-istituzionale dell'Italia, i repubblicani propongono la realizzazione di un governo temporaneo svincolato dai partiti, sostenuto da un'ampia maggioranza, dalla Lega sino al Pds, con l'ingresso nell'esecutivo dei capigruppo parlamentari, per impegnarsi in una azione dura di risanamento economico e finanziario. Contestualmente i gruppi parlamentari dovrebbero concentrarsi nella realizzazione delle necessarie riforme elettorali e costituzionali.
I repubblicani si interrogano anche sulla necessità o meno di partecipare alla realizzazione di nuove aggregazioni partitiche nella prospettiva di una semplificazione del quadro politico. Nel dibattito che si apre tra tutti i repubblicani Il segretario La Malfa si esprime in termini prudenti, non escludendo la possibilità di dare vita ad rassemblement sul tipo dell' UDF in Francia, che negli anni '60 aveva rappresentato il terreno di incontro tra cattolici, liberali, repubblicani e radicali di destra.
Nel Consiglio nazionale del 4 dicembre Giorgio La Malfa è rieletto segretario del partito, mentre i repubblicani chiedono le dimissioni del governo Amato.

Ad aprile del 1993 il governo Amato si dimette e il 28 aprile si insedia il nuovo governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, che durerà sino al gennaio dell'anno successivo. Nello stesso mese di aprile un referendum sulla legge elettorale decreta una larga scelta popolare a favore del sistema maggioritario e nel gennaio dell'anno successivo il Presidente della Repubblica decide di sciogliere anticipatamente le Camere.

Gli anni dell'alternanza

Nel marzo del 1994 si svolgono le elezioni politiche con il nuovo sistema elettorale maggioritario. Si confrontano tre schieramenti, uno di centrodestra, guidato dalla nuova formazione politica, Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi, uno di centrosinistra e un terzo, il Patto per l'Italia, che vede riuniti il partito popolare, il patto per l'Italia, guidato da Mario Segni e il partito repubblicano. Il programma di questo schieramento prevede una riduzione della pressione fiscale, la riforma del sistema pensionistico, la regolamentazione dei flussi di lavoratori extracomunitari, la creazione di un sistema federalista basato sul criterio della sussidiarietà.

Il risultato elettorale è deludente. Gli italiani preferiscono dividersi tra i due schieramenti estremi, penalizzando quello di centro. Con la vittoria della Casa delle Libertà assume la guida del governo il leader del centrodestra, Berlusconi, che resta in carica sino a dicembre, quando l'uscita dalla maggioranza della Lega ne determina la caduta.

Preso atto della impossibilità di dare vita ad una alternativa centrista, il partito repubblicano, così come lo stesso partito popolare, decide di avvicinarsi alle forze di centrosinistra con l'intendimento di creare uno schieramento di unità nazionale che sappia affrontare i problemi del paese.

Nel gennaio del 1995, anziché sciogliere le Camere, Scalfaro affida la guida del nuovo governo a Lamberto Dini (gennaio '95- gennaio '96), che era stato ministro del tesoro nel precedente governo Berlusconi. Il repubblicano Guglielmo Negri viene chiamato a ricoprire l'incarico di sottosegretario alla Presidenza per i rapporti con il parlamento.

A marzo dello stesso anno si svolgono a Roma i lavori del XXXIX congresso del partito repubblicano, che confermano le motivazioni della scelta di schieramento come unità nazionale e pongono al centro dell'azione politica, nella generale indifferenza delle altre forze, il problema europeo, ovvero della necessità di uno sforzo straordinario per colmare la distanza dell'Italia rispetto alle condizioni poste dal trattato di Maastricht. A conclusione del congresso Giorgio La Malfa è riieletto segretario nazionale, mentre Guglielmo Negri assume la presidenza del partito.

A conferma delle scelte congressuali, in occasione delle elezioni politiche, ancora una volta anticipate, che si svolgono a maggio del 1996, il Pri decide di presentarsi nell'alleanza di centro-sinistra e nella quota proporzionale con il partito popolare. Condizione pregiudiziale per i repubblicani è la politica europea e l'ingresso dell'Italia nell'euro.

L'alleanza di centro-sinistra vince le elezioni grazie anche ad un accordo di desistenza con Rifondazione Comunista e si costituisce il governo Prodi (maggio '96- ottobre '98). I repubblicani impongono l'adesione dell'Italia all'euro, nonostante la tiepidezza del presidente del consiglio. Ma la vita del governo è stentata proprio per la contraddizione dovuta ai continui veti di Rifondazione. Il tentativo di riformare lo stato sociale e di porre mano alle sue opportune riforme viene bloccato da Bertinotti, mentre sul piano della politica estera l'intervento italiano in Albania, fermamente avversato dai partiti di estrema sinistra, è reso possibile dal voto favorevole del centrodestra. Finchè nell'ottobre del 1998 il ritiro della fiducia da parte di Rifondazione comunista porrà fine al governo Prodi, vittima delle indissolubili contraddizioni della sua maggioranza.

Nel mese di novembre, grazie al contributo di voti di una nuova formazione politica, l'UDR, guidata da Francesco Cossiga, nasce il governo D'Alema (novembre '98- dicembre '99). I repubblicani non vi partecipano e nel voto di fiducia si astengono.

Nel mese di aprile 1999 si svolgono a Roma i lavori del XL Congresso nazionale. Nella sua relazione il segretario La Malfa sottolinea come "sul piano delle decisioni politiche il congresso si presenta come uno dei più difficili e complessi nella ormai lunga storia del partito repubblicano. Esso dovrà prendere atto che è in pieno svolgimento la crisi della coalizione alla quale abbiamo partecipato dal 1995 in avanti e che questa crisi è di portata tale da condizionare negativamente la capacità della coalizione di guidare autorevolmente il paese". Il forte richiamo dei repubblicani ad impegnarsi sul problema prioritario dell'occupazione e la chiara denuncia dei limiti del centro-siinistra, vengono accolti dal presidente del consiglio D'Alema che interviene ai lavori sottolineando la validità della presenza del PRI e impegnandosi a realizzare le richieste repubblicane in tema di politica dell'occupazione.

Con questi chiarimenti il congresso si conclude confermando la continuità della collaborazione del partito al governo, ma ribadendo la sua "autonomia politica e programmatica", che li porterà a presentarsi con il loro simbolo nei turni elettorali amministrativi e nelle elezioni europee dello stesso anno.

Ma, nonostante l'apertura di credito accordata dai repubblicani, l'eterogenea alleanza di centro-sinistra mostra tutti i suoi limiti ed una palese incapacità ad avviare un processo riformatore. Il partito repubblicano accentua le sue critiche nei confronti della politica governativa e insieme ai socialisti, che escono dal governo, e alla nuova formazione guidata da Cossiga, l'URP, danno vita al "trifoglio" e determinano con il loro voto contrario al decreto sulla "par condicio", che vorrebbe impedire alle reti Mediaset di parlare di politica, la crisi del governo e la formazione di un secondo governo D'Alema.



A gennaio del 2000 si svolgono a Chianciano i lavori del XLI congresso del partito, che registra una crescente insoddisfazione dei repubblicani nei confronti dello schieramento di centrosinistra."Il Congresso Ðdirà La Malfa nella sua relazione introduttiva Ð parte dalla constatazione, fatta propria dal consiglio nazionale, del progressivo esaurimento del respiro strategico dell'esperienza dell'ulivo" e nella mozione conclusiva si impegnano i nuovi organi eletti "ad avviare nel paese e con tutte le forze politiche italiane inserite in Europa nelle tradizioni politico-culturali socialista e popolare una approfondita riflessione ed un dialogo in vista della definizione di un programma di governo per la prossima legislatura capace di assicurare in prospettiva quel salto di qualità assolutamente indispensabile per vincere le sfide poste dalla nuova situazione internazionale".

Dopo il risultato negativo per la maggioranza di centro-sinistra nelle elezioni regionali dell'aprile 2000, D'Alema rassegna le dimissioni e il Capo dello Stato affida la formazione del nuovo governo a Giuliano Amato. Anche nei confronti di questo governo i repubblicani si astengono dopo averne verificato l'inadeguatezza ad affrontare i problemi dell'occupazione e degli investimenti e dopo aver registrato l'insofferenza degli altri partiti della coalizione nei confronti del PRI.



Il giudizio dei repubblicani sull'esperienza di centrosinistra dell'intera legislatura è, alla fine, estremamente negativo. La maggioranza ha bruciato nell'arco di cinque anni tre governi, mostrandosi incapace di esprimere una chiara leedership, ma anche incapace di affrontare i problemi reali per garantire lo sviluppo del paese in conseguenza delle molte contraddizioni che contrappongono i partiti della coalizione, espressione di valori e programmi tra loro alternativi e inconciliabili.

La segreteria di Francesco Nucara

Mentre la legislatura si avvia alla fine, nel mese di gennaio del 2001 si svolge a Bari il XLII Congresso del partito. Nonostante le perplessità avanzate da una parte dei delegati, la maggioranza considera ormai chiusa per i repubblicani l'esperienza di centrosinistra.

Nelle elezioni politiche, che si svolgono nel mese di maggio, il PRI si presenta nella coalizione della Casa delle libertà e dopo la vittoria elettorale partecipa alla formazione del nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi, assumendo con Francesco Nucara il sottosegretariato al Ministero dell'ambiente, mentre il presidente del partito, Giorgio La Malfa, è eletto alla presidenza della commissione finanze della Camera.

Il 6 ottobre 2001 Giorgio La Malfa, dopo 14 anni, lascia la segreteria del partito per assumerne la Presidenza. Il consiglio nazionale del partito elegge come nuovo segretario nazionale l'on. Francesco Nucara.

Ad ottobre del 2002 il XLIII Congresso nazionale del partito che si svolge a Fiuggi conferma le scelte del congresso di Bari e la collocazione del partito nell'alleanza della Casa delle libertà, pur ribadendo l'irrinunciabile valore della sua autonomia. Il consolidamento della presenza repubblicana è confermato dalla ripresa delle pubblicazioni, a giugno del 2003, de La Voce Repubblicana, sotto la direzione di Francesco Nucara, dalla definizione di un organigramma operativo con la nomina di Italico Santoro alla vicesegretaria nazionale e con i risultati elettorali dei turni amministrativi, che registrano una nuova e combattiva presenza del PRI nelle amministrazioni locali.

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Ad oltre cento anni dalla sua costituzione l'unico simbolo immutato nel panorama politico italiano rimane quello dell'Edera e del Partito repubblicano: indice che le idee da cui questo partito trae alimento non sono mai appartenute al volatile dominio degli slogan dal respiro corto o delle utopie astratte la cui realizzazione poggia su basi artificiali e dunque periture, ma alla consolidata tradizione della democrazia senza aggettivi che da Mazzini in poi si è alimentata con il collettivo contributo di tanti uomini e donne che hanno voluto partecipare con la loro azione e il loro pensiero alla costruzione di un'Italia libera, democratica, laica e civile, ancorata ai valori dell'occidente.



CONGRESSI PRI DAL 1895 AL 2002

I Bologna (1 novembre 1895)

II Firenze (27 e 29 maggio 1897)

III Lugano (8 - 9 settembre 1899)

IV Firenze - Rifredi (1 - 3 novembre 1900)

V Ancona (19 febbraio 1901)

VI Pisa (6 - 8 ottobre 1902)

VII Forli' (3 - 5 ottobre 1903)

VIII Genova (22 - 24 giugno 1905)

IX Roma (3 - 5 maggio 1908)

X Firenze (9 -11 aprile 1910)

XI Ancona (18 - 20 maggio 1912)

XII Bologna (16 - 18 maggio 1914)

XIII Roma (13 - 15 dicembre 1919)

XIV Ancona (25 - 27 settembre 1920)

XV Trieste (22 - 25 aprile 1922)

XVI Roma (16 - 18 dicembre 1922)

XVII Milano (9 - 10 maggio 1925)





I congressi dell'esilio:

- Lione (30 giugno - 1¡ luglio 1928)

- Parigi (29 -30 giugno 1929)

- Annemasse (28 - 29 marzo 1931)

- St. Louis (27 -28 maggio 1932)

- Parigi (23 -24 aprile 1933)

- Lione (24 -25 marzo 1934)

- Parigi (3 febbraio 1935)

- Parigi (11 - 12 giugno 1938)

- Portsmouth (9 -10 ottobre 1943)

Congresso clandestino dell'Alta Italia Milano (5 dicembre 1943)





XVIII Roma (9 - 11 febbraio 1946)

XIX Bologna (17 - 20 gennaio 1947)

XX Napoli (16 - 18 febbraio 1948)

XXI Roma (5 - 8 febbraio 1949)

XXII Livorno (18-21 maggio 1950)

XXIII Bari (6 - 8 marzo 1952)

XXIV Firenze (29 aprile - 2 maggio 1954)

XXV Roma (16 - 19 marzo 1956)

XXVI Firenze (20 - 23 novembre 1958)

XXVII Bologna (3 - 6 marzo 1960)

XXVIII Livorno (31 maggio - 3 giugno 1962)

XXIX Roma (25 -29 marzo 1965)

XXX Milano (7 - 10 novembre 1968)

XXXI Firenze (11 - 14 novembre 1971)

XXXII Genova (27 febbraio - 2 marzo 1975)

XXXIII Roma (14 -18 giugno 1978)

XXXIV Roma (22 - 25 maggio 1981)

XXXV Milano (27 - 30 aprile 1984)

XXXVI Firenze (22 - 26 aprile 1987)

XXXVII Rimini (11 - 15 maggio 1989)

XXXVIII Carrara (11 - 14 novembre 1992)

XXXIX Roma (4 - 6 marzo 1995)

XXXX Roma (9 - 10 - 11 aprile 1999)

XLI Chianciano (28-29-30 gennaio 2000)

XLII Bari (26 - 28 gennaio 2001)

XLIII Fiuggi (25 - 27 ottobre 2002)

XLIV Fiuggi (4 - 6 febbraio 2005)

XLV Roma (30 / 31 marzo - 1° aprile 2007)



Categoria: PRI Nazionale Data di creazione: 21/11/2014
Sottocategoria: La storia del PRI Data di modifica: 21/11/2014
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